venerdì, Giugno 21, 2024
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10 anni di guerra in Siria. E noi?

La guerra in Siria cominciò come rivolta popolare ma poi si trasformò in qualcosa di molto diverso: un conflitto su più livelli dove diversi attori, interni ed esterni, avrebbero usato e sfruttato il territorio siriano sulla base dei loro specifici interessi.

Questo non vuol dire che il regime di Bashar al-Assad non abbia grandi, grandissime, responsabilità. Anzi, in questi giorni ricordiamo le prime manifestazioni che nel marzo del 2011 chiedevano più diritti e non dobbiamo dimenticare che fu proprio la dura repressione del regime, in quel determinato momento, a mettere in moto un circolo vizioso che da lì a poco avrebbe fatto precipitare il paese nel baratro.

Ma oggi è giusto farsi anche altre domande, pensando soprattutto a quello che la comunità internazionale avrebbe potuto fare per evitare che la Siria, come poi è successo, prendesse una strada senza ritorno.

L’esercizio sarebbe ancora più utile se riuscissimo a concentrarci su di noi, sull’Occidente, e se pensassimo che in fondo, con tutte le differenze del caso, alcune dinamiche si ripetono sempre nei conflitti. Quindi un ragionamento siriano oggi potrebbe essere utile per guidare il nostro approccio alle crisi domani.

Primo. All’inizio della guerra, nonostante le ripetute richieste dell’opposizione, l’Occidente, scottato ancora dalla guerra di Bush in Iraq, decise di non intervenire. Barack Obama parlò di linea rossa in riferimento all’uso di armi chimiche, ma nemmeno un grosso bombardamento del regime con sostanze chimiche alla periferia di Damasco, nell’estate del 2013,  gli fece cambiare idea.

Si sarebbe potuta valutare un’azione, seppure non armata, per fermare Assad ed evitare il disastro umanitario? Oppure il peso diplomatico di Europa e Stati Uniti in Medio Oriente era ed è troppo leggero, anche rispetto a quello della Russia? E per quale motivo? In realtà la realpolitik dell’amministrazione Obama avrebbe portato, proprio in quegli stessi anni, nel 2015, all’accordo sul nucleare con l’Iran, il principale sponsor regionale di Assad. La Siria era troppo complessa? La diplomazia occidentale non aveva compreso quello che stava succedendo e non sapeva come bloccare l’interventismo in ordine sparso delle monarchie del Golfo a supporto dei ribelli?

Secondo. La guerra non è finita. Oggi a Idlib oltre 3 milioni di persone sono schiacciate da regime e Russia da una parte e da gruppi integralisti e Turchia dall’altra. Pur di evitare nuovi flussi migratori l’Europa rimarrà in silenzio? Nel 2016 l’Unione Europea siglò un accordo con Erdogan: il presidente turco si impegnò a bloccare le partenze dei migranti, molti siriani ovviamente, verso ovest in cambio di finanziamenti. Oggi la Turchia è presente militarmente a Idlib, per evitare che la situazione precipiti e quei tre milioni di persone cerchino di passare la frontiera. Perché, invece di esternalizzare la questione migratoria – vale anche per la Libia e il nord Africa – Bruxelles non studia una vera e propria politica comunitaria che passi anche da un’accoglienza regolamentata? Vietato rispondere che in questo momento la crisi economica dovuta al Covid non permetta un pensiero organico su altre questioni.

Terzo. Noi occidentali possiamo fare qualcosa per evitare che si ripetano esperienze come quella dell’ISIS? Ci si può muovere prima di un intervento armato, utilizzato poi in Siria e in Iraq dal 2014 contro lo Stato Islamico? Si può intervenire per esempio su questioni economiche e sociali?

Quarta e ultima questione. Perché, come era già successo altre volte, la comunità internazionale ha usato i curdi – in questo caso specifico contro l’ISIS – e poi li ha dimenticati? Non sarebbe stato possibile convincere la Turchia a una politica diversa nel nord della Siria? Cosa si potrebbe fare per garantire il rispetto e la difesa delle minoranze sempre e comunque?

Per evitare altri disastri come quello siriano dovremmo forse iniziare a riflettere anche noi in Europa.