venerdì, Giugno 21, 2024
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Turchia-Stati Uniti. Una relazione difficile, anche con Joe Biden

Non è ancora chiaro quale sarà la politica dell’amministrazione Biden in Medio Oriente. Per ora il neo-presidente americano ha frenato sul supporto all’Arabia Saudita nella guerra in Yemen e ha fatto capire che il ritorno al negoziato con l’Iran sarà centrale ma non immediato.

Queste due questioni sono importanti, perché riguardano i due principali attori regionali in Medio Oriente, Riad e Teheran.

Ma tra i dossier delicati arrivati sul tavolo del segretario di stato di Biden, Antony Blinken, c’è anche quello dei rapporti con la Turchia.

Nonostante siano entrambi membri della NATO, Washington e Ankara non hanno in questo momento relazioni lineari.

Negli ultimi anni – grazie anche a un buon rapporto personale tra il presidente turco Erdogan e Donald Trump – le cose sono andate discretamente, ma gli strappi non sono mancati. Tra le eredità lasciate all’amministrazione Biden ci sono per esempio le sanzioni alla Turchia per l’acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400.

In sostanza le due parti ripartono proprio da qui.

In questi giorni il ministro della difesa turco, Hulusi Akar, ha detto che i missili russi potrebbero anche non essere utilizzati a pieno, ma solo in determinate circostanze e ha fatto capire che il suo paese è aperto al dialogo.

La scorsa settimana c’è stata una telefonata tra il portavoce di Erdogan e il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, mentre i due ministri degli esteri dovrebbero parlarsi nei prossimi giorni e poi vedersi direttamente al prossimo vertice della NATO, a marzo 2021. Alcuni funzionari turchi, citati dai media americani, hanno detto che la crisi economica potrebbe spingere Erodgan a fare delle concessioni.

Tutto questo indica che ci potrebbe essere un riavvicinamento con gli Stati Uniti.

Sulla strada di questo possibile riavvicinamento ci sono però diversi ostacoli:

  1. In ogni potenziale accordo con gli americani la Turchia vuole assolutamente inserire la questione dei curdi siriani, alleati di Washington contro l’ISIS – anche se poi sostanzialmente abbandonati – ma considerati da Ankara un gruppo terroristico legato al PKK turco. Non a caso la Turchia sta portando avanti da tempo una massiccia campagna militare nel nord della Siria, quindi anche nella zona curda. Questo per i turchi è il nodo principale, e il fatto che l’ambasciatore americano ad Ankara abbia detto che l’alleanza con i curdi siriani non sia in discussione complica le cose.
  2. L’amministrazione Biden, a prescindere dal paese in questione, sta facendo intendere di voler essere in generale molto più attenta ai diritti umani. La prima dichiarazione del nuovo governo americano sulla Turchia è stata una critica del dipartimento di stato per lo scontro tra il potere politico e il mondo dell’università, per la nomina di una serie di rettori da parte di Erdogan nonostante la contrarietà e le proteste di docenti e studenti.
  3. Una diversa visione geopolitica. Gli Stati Uniti dovrebbero rimanere concentrati sullo scontro con la Cina e continueranno a guardare la Russia da lontano. La Turchia, invece, si è ormai riavvicinata a Mosca e non sembra considerare più sempre prioritario il rapporto con l’Occidente.

Il Pentagono, qualche giorno fa, ha indicato che la politica americana non cambierà. Quindi per ora, almeno sulla carta, nessuna marcia indietro sulle sanzioni adottate da Trump lo scorso dicembre. Anche se le aperture del ministro della difesa turco, Akar, che citavamo prima, potrebbero smuovere qualcosa.

C’è poi un’ultima considerazione da fare. Alcuni analisti turchi, vicini al governo, hanno fatto notare come gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di Ankara su alcuni dossier importanti nella regione, dalla Libia all’Iran. Questa potrebbe essere un’ulteriore chiave di lettura. Nelle prossime settimane capiremo qualcosa di più.